Il movimento comunista filippino dalle origini alla caduta di Ferdinand Marcos, 1924–1986

Generazioni a confronto: da Evangelista a Sison

Nel giugno 1913, Vladimir Lenin auspicava in un articolo della Pravda la “diffusione di un movimento democratico rivoluzionario” nelle Indie Orientali olandesi, che avrebbe dovuto favorire la nascita di “un’alleanza tra il proletariato degli Stati europei” e “le giovani democrazie dell’Asia[1]”. Questo messaggio, che conteneva alcune anticipazioni di ciò che il leader della Rivoluzione russa avrebbe infuso ai suoi compagni bolscevichi quattro anni più tardi, non solo faceva esplicito riferimento a una situazione politica extraeuropea, strutturalmente diversa da quella russa, bensì mostrava come Lenin avesse ravvisato nei territori asiatici soggetti alla dominazione europea delle potenzialità che, una volta espresse, avrebbero potuto innescare la lotta per l’emancipazione.

In realtà, il pensiero di Karl Marx non trovò terreno fertile solo nell’arcipelago indonesiano, ma si diffuse anche nelle Filippine, all’epoca soggetta all’amministrazione coloniale statunitense. Negli anni Venti del secolo scorso fece, infatti, la propria comparsa sulla scena politica nazionale un primigenio e disarticolato movimento comunista che si avvalse della collaborazione degli esuli comunisti indonesiani, rifugiatisi nelle Filippine subito dopo il fallito tentativo di golpe organizzato nel 1926, a Giava, per rovesciare l’autorità coloniale. Da qui in avanti, proprio sulla scorta dell’esperienza e delle strategie condivise da quei fuoriusciti, gli affiliati al gruppo di ispirazione marxista allargarono progressivamente il raggio d’azione della propaganda oltre gli ambienti sindacali, dove inizialmente avevano messo radici, riuscendo a catturare l’attenzione sia di alcuni circoli di intellettuali sia del forte movimento di resistenza contadino, i quali nel biennio 18961898 avevano portato avanti assieme la sventurata lotta per l’indipendenza dalla dominazione spagnola. Di formazione sindacale era Crisanto Evangelista, considerato il padre del movimento comunista delle Filippine: egli, dapprima, contribuì a fondare il Congresso dei lavoratori filippini, la più grande organizzazione operaia dell’arcipelago fino al 1924, e in seguito una volta conquistato un seggio al Consiglio municipale di Manila Evangelista costituì il Partito dei Lavoratori (Partido Obrero), il cui programma divenne la base sei anni più tardi per il Partito comunista delle Filippine (Partido Komunista ng Pilipinas – PKP). Il PKP nacque dallo sforzo congiunto di Evangelista e Jacinto Manahan, leader dell’Unione nazionale degli agricoltori, e la data della sua fondazione fu fatta deliberatamente coincidere con quella di inizio – il 7 novembre – della Rivoluzione bolscevica in Russia.

Nonostante avessero accumulato una solida esperienza nel contesto sindacale e di lotta contadina, entrambi i leader del nuovo movimento non furono in grado di costruire un partito di massa. Alla base di ciò vi erano tre principali ragioni: in primo luogo, le oggettive difficoltà riscontrate dagli affiliati di portare avanti le proprie azioni di proselitismo dopo gli arresti di Evangelista e di Manahan, accusati di sedizione da un tribunale di Manila. In secondo luogo, le divergenze operative emerse all’interno del partito circa la fattibilità di ottenere l’indipendenza del Paese dagli Stati Uniti con mezzi pacifici, rimanendo nell’alveo della Costituzione. Da ultimo, sorse fin da principio la questione ideologica relativa alla collocazione internazionale del nuovo movimento. Gran parte dei membri del PKP riteneva fosse necessario vincolarsi all’Unione Sovietica (URSS) poiché la via pratica al socialismo di cui essa si faceva depositaria era l’unica in grado di emancipare le Filippine dal giogo coloniale e di risolvere i problemi economici e sociali delle masse[2]. Era allora evidente come gli obiettivi del movimento comunista fossero due: da una parte, rivendicare una forma di nazionalismo anticoloniale; dall’altra, la necessità di rispondere alle esigenze della classe operaia in fase di formazione.

A seguito dei pesanti bombardamenti lanciati dall’aviazione nipponica nel dicembre 1941, che prepararono il terreno all’occupazione delle Filippine, il PKP abbandonò temporaneamente la lotta di classe per contribuire alla costituzione del fronte unito nazionale contro l’invasore giapponese. Il partito formò la milizia Hukbo ng Bayan Laban sa Hapon (ovvero, “l’Esercito popolare contro il Giappone”, abbreviato in Huks), che alla metà del 1943 contava circa diecimila effettivi. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, l’acuirsi del confronto ideologico, politico ed economico tra gli Stati Uniti e l’URSS ebbe forti ripercussioni anche in Asia e determinò una serie di cambiamenti tra i movimenti comunisti del continente. Nelle Filippine, a partire dal 1948 (due anni dopo il riconoscimento dell’indipendenza), il nuovo leader del PKP José Lava dichiarò aperta la lotta contro l’amministrazione guidata da Manuel A. Roxas e utilizzò gli Huks per lanciare raid e imboscate nelle città e nei villaggi. L’obiettivo era quello di costruire una “Nuova democrazia”, un concetto mutuato dal pensiero di Mao Zedong, che prevedeva di riunire tutte le forze sociali della nazione in grado di traghettare le Filippine verso uno stato di benessere ed eguaglianza sociale: ed ecco che contadini, lavoratori ed esponenti della “classe media” si unirono alla lotta ammaliati dal proselitismo del PKP e con la promessa di ottenere condizioni di vita migliori.

Alla fine degli anni Quaranta, il PKP appariva come un movimento maturo e riteneva che le condizioni politiche per lanciare l’attacco definitivo al governo centrale fossero mature. In effetti, le azioni di guerriglia partirono da Luzon – l’isola più grande dell’arcipelago filippino – ma non ottennero i risultati sperati per una serie di evidenti deficit logistici e una pessima comunicazione degli obiettivi della lotta da parte di Lava e dei suoi collaboratori ai guerriglieri Huks. A tal proposito, quelle operazioni dimostrarono quanto fosse complicato per i primi – che provenivano da ambienti intellettuali – far combaciare le ragioni ideologiche della lotta con le esigenze pratiche della strategia militare, laddove peraltro il braccio armato era composto prevalentemente da miliziani di estrazione contadina[3]. Ciò spiega il motivo per cui il movimento comunista cominciò a sfaldarsi in diversi gruppi a partire dagli anni Cinquanta, in particolare dopo l’arresto di Lava: le divergenze ideologiche all’interno dell’articolata galassia comunista filippina apparivano talora evidenti allorché si discuteva sia degli obiettivi che la classe operaia avrebbe dovuto raggiungere a livello sindacale, sia del nuovo ruolo che i contadini avrebbero dovuto interpretare all’interno della società filippina allora in trasformazione.

Si sviluppò, di conseguenza, un processo di riorganizzazione del movimento, che non poteva rinviare quella fase di rielaborazione a livello ideologico necessaria per stare al passo con i tempi. Questa poté valersi del fermento intellettuale che allora stava producendo una dottrina dell’emancipazione operaia e contadina basata su tesi anarchiche, nazionaliste e anti-imperialiste. Fu proprio in questi anni che il PKP e le organizzazioni a esso affiliate cominciarono a riversare gran parte dei loro sforzi alla condanna della “relazione speciale” tra le Filippine e gli Stati Uniti, che – a detta loro – si reggeva su fondamenta neocoloniali. Essi affermavano che il processo di indipendenza scaturito nel 1896 non si sarebbe completato[4] senza l’abrogazione dell’iniquo accordo commerciale firmato con gli Stati Uniti (il Laurel-Langley Agreement del 1955), la chiusura delle basi militari statunitensi e il ritiro di tutti i soldati dalla penisola e l’attuazione della riforma agraria.

L’individuazione degli Stati Uniti come principale ostacolo all’imprescindibile scelta del popolo filippino di decidere per il proprio destino mise quasi tutti d’accordo nella prima metà degli anni Sessanta e fu in questo contesto di profonda riflessione che si formò Jose Maria “Joma” Sison, uno dei leader che ha segnato la storia del movimento comunista filippino durante la Guerra fredda. Sison apparteneva a una famiglia di proprietari terrieri di Cabugao, municipalità nella provincia settentrionale di Ilocos Sur, con forti legami clientelari ed esperienze nelle istituzioni sia locali sia nazionali. Aveva mostrato già in giovane età una propensione alla politica e cominciò la sua carriera nei circoli studenteschi dell’Università delle Filippine, partecipando alle manifestazioni di protesta che si tennero in concomitanza con le audizioni al Congresso del “Comitato sulle attività antifilippine”, una commissione parlamentare di ispirazione maccartista, voluta dall’allora presidente della Repubblica Carlos P. Garcia, che dichiarò il movimento comunista filippino una “concreta e persistente minaccia alla sicurezza nazionale[5]”. Nel giugno 1957, con l’approvazione della “legge antisovversione”, il PKP fu dichiarato illegale: nel 1958, il partito contava circa cinquanta membri a Manila e quasi cinquecento in diverse province dell’arcipelago[6]. Nel 1961, Sison si unì alla riorganizzazione del movimento di massa dei lavoratori e, su esplicita richiesta di Lava, si iscrisse al PKP nel 1962 abbracciando le teorie marxiste-leniniste. Il talentuoso e ambizioso studente di letteratura inglese non ebbe difficoltà a scalare i vertici dell’organizzazione studentesca del PKP, della quale assunse presto la presidenza.

Joma fu influenzato dalle tesi dei leader del nazionalismo filippino degli anni Venti del secolo scorso, come lo scrittore e politico Claro M. Recto, e dalle tesi secolariste e anticlericali. Alla base di queste teorie, fatte proprie da Sison, le Filippine avrebbero dovuto combattere un nemico esterno, il colonialismo statunitense, e uno interno, il sistema feudale attraverso il quale quale i proprietari terrieri riuniti attorno a clan famigliari controllavano l’economia locale e nazionale. Per battere entrambi era necessario che la classe operaia e quella contadina unissero le proprie forze in funzione antiborghese. Sison cominciò da subito a familiarizzare con l’esperienza del Partai Komunis Indonesia (PKI), allora il terzo partito comunista più grande del mondo, e guardò con un occhio di apprezzamento alla decisione di Sukarno di costituire un blocco politico antimperialista proprio con i comunisti. Dopo una breve esperienza di sei mesi a Giava nel 1962, dove entrò in contatto con i leader del PKI, Sison si convinse che la strategia nazionale del fronte unito avrebbe potuto trovare un terreno fertile anche nel proprio Paese. Nella migliore delle ipotesi formulate, al fronte sarebbe toccato il compito di indirizzare la lotta antimperialista e antifeudale solo dopo aver ottenuto la promessa di collaborazione da tutti quei movimenti parlamentari ed extraparlamentari che intendevano abbracciare il modello indonesiano.

Una volta rientrato in patria, Sison fece tesoro dei metodi di reclutamento sperimentati dal PKI e disseminò nelle associazioni studentesche universitarie le idee di lotta che aveva coltivato durante il suo soggiorno indonesiano. In virtù della sua fervida retorica rivoluzionaria, che lo contraddistinse da larga parte dei suoi compagni di partito, Sison fu incaricato di ricostruire il movimento studentesco comunista dopo la messa al bando del PKP e riuscì a costituire, nel novembre 1964, la Kabataang Makabayan (KM, la “Gioventù nazionalista”). Sison si fece interprete di un comunismo diverso da quello dei padri fondatori del PKP, più radicale e tendenzialmente più incline a mutuare l’esperienza maoista, preoccupandosi perlopiù di allontanare ogni forma di “revisionismo” proveniente da coloro che consideravano l’esperienza politica ed economica del socialismo cinese come eterodossa rispetto a quella sovietica. Dal canto suo, il Comitato centrale del PKP non sottovalutò affatto il pericolo derivante dalla sfida ideologica posta da Sison, tant’è che cercò in tutti i modi di temperare qualsiasi sua iniziativa “in stile cowboy[7]”. Ma il fascino delle idee del giovane militante avevano ormai attecchito, al punto che Sison riuscì ad attirare nella Gioventù nazionalista non solo le leve che partecipavano da tempo alle azioni clandestine del PKP, ma anche coloro che provavano una certa simpatia per il movimento rivoluzionario, malgrado non ne avessero mai abbracciato completamente le istanze politiche.

L’avvento di Marcos e lo strappo interno

La disaffezione di Sison nei confronti della leadership del PKP rimase incubata per tutto il 1964, e fino alle elezioni presidenziali dell’anno successivo, che decretarono la vittoria del leader del Partido Nacionalista, Ferdinand E. Marcos. Sison interpretò questa vittoria come il segnale che Marcos e il movimento conservatore nazionale avessero ottenuto il pieno sostegno delle classi dominanti del Paese, riunite attorno a un blocco politico composto da figure che non disdegnavano apertamente forme di sfruttamento imperialiste e da strenui oppositori del nazionalismo economico. Tale coalizione riuscì a sopraffare, per pochi voti, l’esperienza liberale del presidente uscente Diosdado P. Macapagal (1961–1965) e, se non fosse stata arginata per tempo, avrebbe ostacolato a lungo andare il percorso di emancipazione di contadini e lavoratori del Paese[8]. Nondimeno, ciò che allontanò definitivamente Sison dai vertici del PKP – che continuavano nel frattempo a operare clandestinamente – fu la mancata opposizione del partito alla decisione (inaspettata) di Marcos di autorizzare l’invio di una task force di ingegneri filippini (denominata “PHILCAG”) nel Viet Nam del Sud, a sostegno delle operazioni militari statunitensi.

La conversione di Sison al modello socialista incarnato dalla Repubblica Popolare Cinese (RPC) avvenne nel marzo 1967, quando nel corso di una lezione all’Università delle Filippine egli fece abiura degli errori commessi dal PKP fino a due anni prima e abbracciò le idee maoiste, viste come un’innovativa e fedele interpretazione delle tesi marxiste-leniniste[9]. Sison si diresse in Cina nei mesi precedenti, esattamente nel luglio 1966, quando la Rivoluzione culturale era già stata annunciata da un mese e Mao aveva da poco deciso di rompere le relazioni intrapartitiche con Mosca: l’obiettivo della visita era di stabilire un legame con il Partito comunista cinese e di ottenere una forma di sostegno tangibile. L’URSS continuò, nel frattempo, a garantire aiuti economici al PKP, che però subì i contraccolpi della frattura ideologica che interessò il campo comunista; nacquero così, all’interno del partito, due diverse correnti, l’una che riteneva fondamentale non mettere in discussione l’autorità politica di Mosca, l’altra, al contrario, che aveva giurato fedeltà ai principi del maoismo denunciando la deviazione del percorso socialista impressa da Nikita Chruscev a livello sia interno sia internazionale. Nel contesto di ridefinizione dei rapporti di forza all’interno del movimento comunista mondiale provò a inserirsi Marcos, il quale intendeva preparare il terreno a un ravvicinamento con l’URSS.

La sconfitta alle elezioni del 1965 di Macapagal – al quale Joma aveva riconosciuto una notevole sensibilità nell’approvare politiche economiche e sociali favorevoli agli interessi delle classi operaia e contadina – e lo scisma comunista in Asia impressero la decisiva accelerazione all’enunciazione, da parte di Sison, del concetto di “democrazia nazionale”: le sue pubblicazioni accademiche prefiguravano una “genuina[10]” lotta di liberazione nazionale tra quelle che lui definiva come “classi patriottiche” – ovvero, operai, contadini, l’intelligentsia e la borghesia nazionale – e una coalizione formata da imperialisti, compradores e proprietari terrieri. La vittoria del fronte patriottico avrebbe instaurato una forma di governo democratico, considerata da Sison come l’ultimo stadio della costruzione del socialismo nelle Filippine. Per il leader della KM, infatti, appariva impensabile dare piena attuazione al processo di giustizia ed emancipazione sociale nel Paese senza prima passare da quella che egli chiamava come “fase democratica-nazionale[11]”: in questo contesto di transizione, il movimento comunista filippino non avrebbe potuto fare a meno del contributo determinante della borghesia nazionale, all’interno della quale convivevano insegnanti, studenti, scrittori, artisti e altri esponenti del panorama culturale nazionale. Per quanto riguarda, invece, i rapporti internazionali che le Filippine avrebbero dovuto coltivare subito dopo la realizzazione in patria del socialismo, Sison soleva dividere il mondo in due grandi blocchi: da una parte, i Paesi legati al campo “imperialista”, dall’altra quelli che avrebbero dovuto inaugurare o continuare la lotta di liberazione nazionale nei propri territori, avendo come riferimento ideologico e logistico la RPC.

La fascinazione incondizionata per il maoismo e le pesanti critiche rivolte alla sua leadership valsero a Sison e a suoi sodali l’espulsione dal PKP nell’aprile 1967. In tutta risposta, essi dapprima fondarono un movimento giovanile “per l’avanzamento del nazionalismo” e, successivamente, approfittando del fatto che buona parte dei leader del PKP si trovava in carcere, si riunirono a Quezon City tra il settembre 1968 e il gennaio 1969 per lavorare alla formazione del Partito Comunista delle Filippine (PCdF). Lo statuto del nuovo partito si richiamava esplicitamente al pensiero di Mao e invocava una “rifondazione” del movimento comunista filippino. Inoltre, come primo atto politico, il PCdF dichiarò guerra all’amministrazione Marcos sfoderando le “tre armi magiche”: il partito, la lotta armata e il fronte unito[12]. Per dare uniformità e coerenza alla strategia militare del partito e per rendere efficace l’azione di contrasto alle truppe regolari filippine, Sison fondò nel marzo 1969 il braccio armato del PCdF, il Nuovo Esercito Popolare (NEP), costituito da membri degli Huks che avevano preso una certa confidenza con le tattiche militari della cosiddetta “guerra di popolo”, già sperimentata in Cina e, in seguito, fatta propria dai comunisti vietnamiti nel contesto dei due conflitti indocinesi. In concomitanza, oltre all’ala politica e militare, il nuovo partito comunista diede vita a un’organizzazione operaia formata da sindacati e da associazioni contadine denominata “Fronte unito nazionale”. Non tutti i membri di questa triade si proclamavano comunisti, anzi, alcuni di essi si limitarono a portare avanti tesi filonazionalistiche.

Il nuovo partito si contraddistinse per una netta rigidità ideologica, in cui non trovavano effettivamente spazio posizioni moderate o di apertura al dialogo con il PKP, benché il suo leader non avesse chiuso le porte a una possibile trattativa con i vecchi compagni di lotta. Di fatto, la scelta di Sison di aderire alle tesi maoiste lo escluse dal dibattito sulle strategie che il movimento comunista internazionale avrebbe dovuto approntare nel Terzo Mondo per ottenere la vittoria sull’imperialismo occidentale. Questo passaggio era necessario per conquistare un minimo di credito tra i partiti comunisti dell’Asia, addossandosi così l’eredità storica e politica del PKP. D’altro canto, il punto di forza del nuovo movimento che intendeva rappresentare il comunismo in patria può essere ricercato nella sua struttura organizzativa: Joma, memore delle visite in Indonesia e in Cina, istituì delle sezioni locali del partito che, benché avessero ampia autonomia su diverse questioni, dovevano assicurare il loro allineamento alle decisioni prese dal Comitato centrale.

La prima dimostrazione delle attività di guerriglia del PCdF avvenne il 21 agosto 1971 a Manila, allorché alcuni miliziani lanciarono quattro granate nel cuore di una manifestazione del Partito liberale. In un primo momento, dell’attentato fu accusato il presidente Marcos, che in effetti aveva più di un motivo per sbarazzarsi del principale partito di opposizione al Kongreso (il Parlamento filippino). Non solo egli considerava i liberali come una concreta minaccia al sistema di potere clientelare che stava costruendo, bensì non perdeva occasione per accusare i suoi avversari di appoggiare segretamente la strategia della tensione che gli Huks stavano diffondendo in tutto il Paese. A prescindere dallo scambio di accuse, Marcos trovò man forte dalla Corte Suprema filippina nel suo obiettivo di screditare i comunisti. Nella sentenza promulgata l’11 dicembre, i giudici decretarono che il movimento comunista stesse allora cospirando contro il sistema democratico filippino, ricorrendo non solo alla violenza e all’uso della forza, ma anche al raggiro, alla sovversione e ad altri mezzi illegali, nel tentativo concreto di stabilire un regime totalitario subordinato alle direttive di attori esterni. Marcos ottenne così il pretesto giuridico che in meno di un anno gli permise di stringere la morsa sui comunisti e sul resto dei suoi avversari.

Dalla legge marziale alla rivoluzione EDSA

Il “Proclama n. 1081[13]” del 21 settembre 1972 impose, due giorni dopo la sua approvazione, la legge marziale in tutto l’arcipelago in risposta alle crescenti violenze antigovernative che si verificarono nelle aree urbane e nelle campagne nelle settimane precedenti. L’esperienza democratica filippina fu sospesa a tempo indeterminato e il provvedimento fu presentato dalla macchina propagandistica del clan Marcos-Romualdez come l’unico modo per ripristinare l’ordine nel Paese sconquassato dalle milizie maoiste, accusate di fomentare le ribellioni nascondendosi dietro le insegne del “Fronte democratico nazionale”. Lo scenario che si andò delineando fu desolante: il Kongreso cessò la sua attività legislativa, fu imposto il coprifuoco e le armi da fuoco furono sequestrate, le università si trovarono costrette a sospendere le lezioni, fu imposta la censura alla stampa e oltre trentamila persone tra giornalisti, membri di alcune prominenti dinastie politiche famigliari e politici dell’opposizione come Benigno Aquino, leader del Partito liberale, furono incarcerate con l’accusa (in larga parte infondata) di voler ordire un colpo di stato con il supporto dei comunisti. Peraltro, nelle fasi immediatamente successive al proclama, Marcos lanciò anche il suo piano di “Nuova società” che avrebbe apportato cambiamenti sostanziali alla società e all’economia filippina. Quest’ultimo provvedimento tornava utile al presidente perché gli permise di ottenere il sostegno dei più influenti imprenditori filippini, di buona parte dei militari e dei tecnocrati al governo, all’avvio di una campagna militare contro i santuari operativi del NEP disseminati, in particolare, attorno all’area metropolitana di Manila.

Con la legge marziale in vigore, ecco che gli obiettivi del PCdF cambiarono radicalmente: il nemico diventava ora il governo tirannico di Marcos, appoggiato dagli Stati Uniti. Il partito non intendeva solo incontrare gli interessi dei lavoratori e dei contadini, bensì “rispettare i legittimi interessi della piccola borghesia (insegnati, infermieri, dipendenti pubblici) e della borghesia nazionale[14]”. Così facendo, Joma puntava a raggranellare individui di buona volontà provenienti da condizioni economiche differenti per andare a costituire un corpo sociale unico che avrebbe dovuto spodestare Marcos e il suo clan dal potere. Non bastava, però, coinvolgere alcune sezioni della borghesia, piuttosto era indispensabile rivolgersi ad alcuni comparti delle Forze armate, ai filippini residenti negli Stati Uniti e ai gruppi religiosi e semireligiosi molto influenti nel Paese, ovvero ai settori della società che avrebbero potuto dare un contributo determinante all’obiettivo di Sison. Il PKP, che continuò a operare anche dopo la scissione interna, non ruppe i legami con Mosca e sviluppò un proprio programma di azione contro Marcos. Questo era molto simile a quello del PCdF, laddove proponeva un fronte unito di tutte le classi sociali vessate dall’imperialismo e dal sistema economico feudale e monopolista imposto dal dittatore. Al contrario, una volta deposto il regime, il PKP intendeva favorire la realizzazione di una “transizione pacifica” che avrebbe posto le basi del successo della “rivoluzione democratica nazionale[15]”.

All’indomani della proclamazione della legge marziale, il NEP si riorganizzò nelle aree rurali e da qui diresse le sue azioni di guerriglia e le sue attività di propaganda, le quali facevano entrambe affidamento su un largo sostegno popolare e finanziario. Qui i guerriglieri stabilirono le loro basi logistiche dai quali lanciare le operazioni militari della “guerra popolare prolungata”. Malgrado Sison avesse speso ingenti risorse sulla preparazione tattica del NEP, i risultati non furono incoraggianti, anche per via della dura risposta dell’esercito regolare che riuscì a stanare i guerriglieri dalle loro postazioni. Il PCdF, invece, fallì nel tentativo di organizzare una strenua opposizione al sistema clientelare di Marcos e fu ben lungi dal radicarsi nel contesto sociale filippino in condizioni di clandestinità. Perdipiù, esso non ricevette in alcun modo il supporto del PKP, che si astenne dal ricorrere alla violenza per un cambio di regime, optando invece per la via costituzionale.

In campo internazionale, Marcos aveva ottenuto due importanti risultati che fiaccarono il già indebolito movimento comunista filippino. In primo luogo, dopo aver siglato diversi accordi commerciali con i Paesi del blocco socialista dell’Europa centro-orientale, nel 1976 il presidente filippino poté mettere in pratica il suo piano di ravvicinamento all’URSS, considerato fin dalla sua prima elezione a palazzo Malakanyáng un elemento imprescindibile della sua politica estera indipendente. Alla luce della decisione di Leonid I. Breznev di sostenere esclusivamente movimenti di ispirazione comunista non violenti nelle Filippine, Marcos abbandonò le ultime resistenze che impedivano la normalizzazione diplomatica con il governo sovietico, ma solo dopo aver ottenuto da Mosca l’assicurazione che avrebbe aiutato l’amministrazione filippina nella sua campagna di neutralizzazione dell’insurrezione maoista[16]. Un anno prima, in secondo luogo, Marcos aveva riconosciuto il governo comunista di Pechino come l’unico rappresentante legittimo del popolo cinese. In cambio, i cinesi annunciarono che non avrebbe in alcun modo interferito negli affari interni del Paese. Se prima di allora il presidente aveva accusato la Cina popolare di corrispondere aiuti finanziari al PCdF e di inviare delle squadre di tecnici militari per addestrare i guerriglieri del NEP, la normalizzazione diplomatica con Pechino privò il movimento di Sison delle garanzie politiche, tattiche e finanziarie necessarie alla sopravvivenza.

Da allora, il percorso del PCdF fu costellato di imprevisti e sfortunate decisioni che ne minarono la solidità e la credibilità. Nel 1977 il suo leader fu arrestato con l’accusa di cospirazione ai danni di Marcos, proprio nel periodo in cui il suo partito aveva dichiarato un appoggio completo alla lotta del Fronte di liberazione islamico del popolo Bangsamoro, nel Mindanao musulmano. Inoltre, quando nell’aprile 1978 il dittatore decise di istituire le elezioni della nuova Assemblea nazionale unicamerale (Batasang Pambansa) – prevista dalla riforma costituzionale entrata in vigore nel gennaio 1973 – i partiti di ispirazione comunista valutarono la possibilità di presentarsi con dei propri candidati raggruppati all’interno di una o più liste, ma alla fine optarono per boicottare le consultazioni, malgrado le pressioni di opposta tendenza formulate da Aquino che, dal carcere, riuscì a formare la lista Laban (in tagalog, “lotta”). La decisione del PCdF generò una forte opposizione nelle sezioni locali di Manila e della provincia di Rizal.

Alla metà degli anni Ottanta, la dittatura di Marcos era alle battute finali e nei principali centri urbani cominciarono a montare numerose proteste di massa contro il regime, alle quali parteciparono settori più disparati della società filippina. Com’è stato sottolineato da un innovativo studio di Lisandro E. Claudio pubblicato quasi dieci anni fa[17], nelle piazze la sinistra comunista sbandierò una narrazione politica differente da quella che poi prevarrà nelle ultime e concitate settimane di febbraio della “Rivoluzione EDSA”, il grande evento che si verificò prevalentemente nella principale arteria stradale di Manila (l’Epifanio de los Santos Avenue, da cui l’acronimo con cui questa protesta popolare passò alla storia) e che pose fine nel 1986 a quasi quattordici anni di legge marziale. Il PCdF non ebbe alcun ruolo nel determinare il successo della rivoluzione popolare, perse l’occasione di riorganizzarsi come forza politica all’indomani dell’annuncio di Marcos di indire le elezioni presidenziali e, infine, diede prova di totale impreparazione organizzativa in occasione sia delle manifestazioni antiregime sia nel processo di transizione politica che si concluse con l’elezione di Corazón “Cory” Cojuangco-Aquino – moglie di Benigno – alla presidenza delle Filippine. Questo perché, come apparve già evidente in seguito all’assassinio di Aquino nel 1983, il PCdF non prese contezza della gravità di ciò che stava realmente accadendo per le strade di Manila, lasciando così specialmente ai giovani studenti di diversa estrazione politica l’iniziativa di condurre le prime proteste contro il regime.

Dopo che il Comitato centrale prese la decisione di boicottare le elezioni del febbraio 1986, approvata con un margine di un solo voto, emersero nel partito di Sison forti critiche alla strategia dei quadri volta a non dar peso ai risultati positivi incassati dalla Rivoluzione EDSA fin dalle prime settimane, e ciò condusse a una resa dei conti interna[18] che verso la fine degli anni Ottanta fu influenzata anche dalle notizie provenienti dal blocco comunista in Europa. Se il PCdF fu protagonista in negativo di questa fase importante della storia recente filippina, il NEP non si defilò dalla scena ma, anzi, contribuì al successo della rivoluzione popolare. Rosanne Rutte ha osservato che il braccio armato del PCdF riuscì a mobilitarsi grazie al consenso e al supporto logistico, finanziario e militare di oltre un milione di persone sparse nelle città, nei barangay e nei villaggi. Gli abitanti di queste aree diventavano degli autentici attivisti incaricati di propagare il messaggio ideologico del movimento comunista, di garantire un’essenziale forma di welfare e di raccogliere riso e denaro a favore dei suoi membri[19].

Conclusioni

Questo articolo ha esaminato i caratteri salienti del movimento comunista filippino nell’arco di sessantadue anni di storia e ha spiegato come l’apporto del movimento contadino fosse stato determinante per la nascita del PCdF, che si rifaceva alle tesi sviluppate da Mao prima del 1949. Non si trattò di un movimento unito, bensì disomogeneo e pieno di contraddizioni al suo interno che ne determinarono la debolezza organizzativa. Sison contribuì più di tutti alla sua spaccatura ideologica, tanto che le sue posizioni gli valsero parecchie critiche da parte dei compagni del PKP, che lo vedevano come veicolo di diffusione del maoismo nel Paese, nonché come personalità eccentrica unicamente interessata a imporre la propria linea nel movimento senza che il suo indirizzo politico avesse ottenuto un riconoscimento unanime. Le sue intemperanze, il suo fervore ridondante e la sua incapacità di accordare le due anime del comunismo filippino – quella sovietica e quella maoista – determinarono la scissione del movimento alla metà degli anni Sessanta. Il nome di Sison appare tuttora nella lista dei principali terroristi degli Stati Uniti e delle Filippine, tant’è che egli fu costretto a scappare dal proprio Paese per rifugiarsi nei Paesi Bassi, dove tuttora risiede potendo avvalersi dello status di rifugiato politico. Dalla sua dimora divulga, in qualità di consulente politico del Fronte democratico nazionale, articoli di opinione sul blog Philippine Revolution Web Central.

In tono simile ad altre esperienze nel Sud-Est asiatico, il movimento comunista filippino intendeva rappresentare, da una parte, i bisogni e gli obiettivi della “lotta di classe”; dall’altra, invece, si prefiggeva di incoraggiare la causa nazionalista in diverse fasi della sua storia recente e non: nel periodo della colonizzazione statunitense, nella breve esperienza dell’invasione giapponese e durante la Guerra fredda, nella quale le Filippine tornarono a intrecciare il proprio destino con quello del vecchio “fratello bianco”. La rottura ideologica con i compagni del PKP si consumò nel momento in cui Sison credette che l’autodeterminazione del Paese dovesse precedere l’obiettivo che per gran parte dei comunisti filippini della prima ora era considerato primario, ovvero la costruzione di una società socialista.

Al di là delle distanze sul piano ideologico che caratterizzarono gli anni Sessanta del secolo scorso, il movimento comunista filippino mostrò evidenti falle operative nel momento in cui Marcos stava consolidando il proprio potere ricorrendo a mezzi e strumenti illegali. I comunisti non riuscirono, difatti, a concordare una tattica univoca adatta a fronteggiare il regime di Marcos. Dopo l’entrata in vigore della legge marziale, il PCdF commise il grave errore di anteporre la lotta armata portata avanti dal NEP agli interessi ideologici e pratici del partito, impedendo così di trovare un punto di incontro sia con gli ex compagni, sia con altri movimenti politici del panorama filippino che sarebbero scesi a patti con la sinistra radicale pur di smantellare il sistema di controllo e prebende creato da Marcos. Quest’ultimo, scientemente, approfittò delle incertezze e delle divisioni dell’opposizione, che quasi perpetuarono il suo potere oltre il 1972.

In ultima analisi, Sison non riuscì a porre il proprio movimento al centro delle manifestazioni dell’EDSA per tre ragioni principali: primo, gran parte dei manifestanti professava sentimenti anticomunisti; secondo, vi erano tendenze antagoniste all’interno del PCdF e delle altre fazioni comuniste che impedivano di scegliere dove collocarsi all’interno del variegato schieramento anti-Marcos; terzo, l’errata convinzione che il suo sistema di brogli – già collaudato in passato – avrebbe permesso a Marcos di aggiudicarsi con facilità anche le elezioni indette nel febbraio 1986.


[1] Lenin, V. (1913), “The Awakening of Asia”, Pravda, 7 maggio, in Lenin Collected Works, Vol. 19, Mosca: Progress Publishers, 1977, disponibile online al link https://www.marxists.org/archive/lenin/works/1913/may/07b.htm.

[2] van der Kroef, J.M. (1981), Communism in South-East Asia, Londra e Basingstoke: Macmillan, p. 17.

[3] Fuller, K. (2011), A Movement Divided: Philippine Communism, 1957–86, Diliman: University of the Philippines Press, p. 19.

[4] Il concetto di “rivoluzione incompleta”, in campo economico e sociale, riprendeva in realtà un discorso del presidente Diosdado P. Macapagal del novembre 1963, cfr. Speech of President Macapagal at the Bonifacio Centenary Ceremonies, 30 novembre 1963, disponibile online al link https://www.officialgazette.gov.ph/1963/11/30/speech-of-president-macapagal-at-the-bonifacio-centenary-ceremonies/.

[5] Speech of President President Garcia after signing House Bill No. 6584, “Outlawing the Communist Party of the Philippines and similar organisations”, 19 giugno 1957, disponibile online al link https://www.officialgazette.gov.ph/1957/06/19/speech-of-president-garcia-after-signing-house-bill-no-6584-june-19-1957-outlawing-the-communist-party-of-the-philippines-and-similar-organizations/.

[6] Fuller, op. cit., p. 9.

[7] van der Kroef, op. cit., p. 88.

[8] Scalice, J.P. (2017), Crisis of Revolutionary Leadership: Martial Law and the Communist Parties of the Philippines, 1959–74, tesi di dottorato, University of California, Berkeley, p. 262.

[9] Fuller, op. cit., p. 42.

[10] Cit. in Scalice, op. cit., p. 308.

[11] Ibi, pp. 308–309.

[12] Ibi, p. 369.

[13] Proclama n. 1081, firmato dal presidente Marcos il 21 settembre 1972, disponibile online al link https://www.officialgazette.gov.ph/1972/09/21/proclamation-no-1081/.

[14] Cit. in van der Kroef, op. cit., p. 136.

[15] Ibi, p. 138.

[16] Cfr. Morris, op. cit., p. 84.

[17] Cfr. Claudio, L.E. (2013), Taming People’s Power: The EDSA Revolutions and Their Contradictions, Quezon City: Ateneo de Manila University Press.

[18] Weekley, K. (1996), “From Vanguard to Rearguard: The Theoretical Roots of the Crisis of the Communist Party of the Philippines”, in Abinales, P.N. (a cura di), The Revolution Falters: The Left in Philippine Politics after 1986, Ithaca; NY: Cornell University Press, pp. 28–30.

[19] Rutten, R. (1996), “Popular Support for the Revolutionary Movement CPP-NPA: Experiences in a Hacienda in Negros Occidental, 1978–95”, in Abinales, op. cit., pp. 114–115.


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